Il disegno di legge n. 1990, attualmente in esame presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, si inserisce in un più ampio quadro di riforme e interventi legislativi che il Governo Meloni sta portando avanti sotto l’egida della “sicurezza”. Il provvedimento, già ribattezzato “DDL baby gang”, è stato aspramente criticato da più parti per il suo approccio repressivo e ritenuto inefficace nel contrastare il fenomeno.

Secondo la FLC CGIL, il Governo insiste su questi temi scegliendo la strada della criminalizzazione del disagio sociale e giovanile, anziché investire in scuola, welfare ed educazione. Il sindacato sottolinea come il DDL si articoli principalmente su tre livelli di intervento: restrizioni alla libera aggregazione (Art. 1), con il divieto di radunarsi in luoghi pubblici per gruppi di almeno cinque persone in caso di condotte considerate “intimidatorie o moleste”; estensione del trattenimento preventivo (Art. 2), ampliando l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia per motivi di ordine e sicurezza; e infine, inasprimenti penali (Artt. 3, 4 e 5), con nuove fattispecie di reato e procedure accelerate per sgomberi immediati.

Particolare attenzione viene posta al ruolo assegnato alle scuole (Art. 7), chiamate a integrarsi nelle “Reti territoriali dell’alleanza educativa per le famiglie”, ma senza che vengano allocate risorse per la loro realizzazione. La FLC CGIL evidenzia come, nonostante il ruolo centrale della scuola venga spesso richiamato, essa venga di fatto definanziata, con un taglio di 2 miliardi di euro previsto dalla Legge di Bilancio.

Il sindacato conclude ribadendo la propria contrarietà all’impianto del DDL, ritenuto volto a criminalizzare il disagio sociale ed economico, e annuncia un impegno attivo nel contrastare il provvedimento attraverso presidi e mobilitazioni, oltre alla partecipazione allo sciopero generale del 18 dicembre.

Anche esponenti politici come De Cristofaro (Avs) hanno espresso critiche, affermando che la destra continua con la propaganda infame sulla pelle della gente, e che il decreto sulle baby gang rappresenta una logica autoritaria e inefficace. De Cristofaro sottolinea la necessità di investimenti in scuola, sanità e lavoro, piuttosto che in misure repressive, e promette opposizione in Parlamento e nel Paese.

Parallelamente, il Consiglio dei Ministri del 23 luglio 2026 ha approvato un disegno di legge che riforma il sistema dell’imputabilità minorile. La riforma modifica l’art. 98 del codice penale e l’art. 9 del d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448, introducendo una presunzione relativa della capacità di intendere e di volere per i minori ultraquattordicenni.

Secondo la relazione illustrativa, questa presunzione si fonda sulla maggiore maturità e consapevolezza del contesto sociale e culturale contemporaneo. Tuttavia, esperti come Michele Scaffidi Runchella, sociologo ed educatore, sottolineano come questa scelta rappresenti un cambio di paradigma nella cultura giuridica italiana.

La riforma introduce un modello presuntivo in cui spetta al minore dimostrare la propria incapacità di intendere e di volere, invertendo l’onere della prova. Questo potrebbe portare a una maggiore responsabilizzazione formale dei minori, ma rischia di trascurare la valutazione individuale della maturità.

Scaffidi Runchella evidenzia come il processo penale minorile italiano si sia finora distinto per un approccio educativo e responsabilizzante, in cui la valutazione della maturità era centrale. La riforma, invece, sembra orientarsi verso un modello più formale e repressivo, in cui la presunzione di capacità prevale.

In conclusione, la riforma rappresenta un passaggio significativo nella cultura giuridica italiana, con una ridefinizione dell’idea di adolescenza nel diritto penale. La responsabilità non può essere affermata prescindendo dalla conoscenza della persona, e la presunzione introdotta dalla riforma rischia di allontanarsi da questo principio.

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