Il tramonto di una stagione lunga oltre mezzo secolo. La Corte di Cassazione ha confermato la chiusura dell’area a caldo dell'Ilva di Taranto respingendo il ricorso straordinario delle società Ilva e Acciaierie d’Italia contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano, lo scorso 27 luglio, aveva decretato la sospensione dell’impianto. Una decisione destinata a segnare un punto di svolta nella lunga vicenda giudiziaria e industriale che ha accompagnato la storia del più grande polo siderurgico d’Europa.

Il provvedimento della Corte d’Appello era maturato nell’ambito del processo denominato “Ambiente Svenduto” e aveva imposto il blocco degli impianti a caldo, ritenuti fonte di pericolo per la salute pubblica. La Cassazione ha ora confermato integralmente quella decisione, giudicando infondati i rilievi sollevati dalle società.

Nel merito, la Suprema Corte ha riconosciuto la pericolosità delle 2.140 tonnellate di amianto contenute nei cowpers degli altiforni, confermando quanto già accertato dai giudici milanesi. Una valutazione che, secondo la Corte, legittima il provvedimento di sospensione, non qualificabile come misura cautelare reale, bensì come disposizione finalizzata a tutelare la salute pubblica.

Nel dispositivo, i giudici sottolineano infatti che “l’ordine impartito dai giudici non determina di per sé alcun effetto segregativo sui beni dell’impresa”, osservando come la sospensione non configuri un vincolo di natura penale, ma una misura adottata a tutela di un interesse costituzionalmente protetto.

La Cassazione ha inoltre ribadito la preminenza del diritto alla salute rispetto alla libertà d’impresa, affermando che il “bene salute” non può essere sacrificato sull’altare della produttività industriale. Una posizione che rafforza l’impianto della sentenza di secondo grado, definendo il bilanciamento degli interessi operato dai giudici di merito come “corretto e ragionevole”.

Sul piano processuale, la Suprema Corte ha confermato la giurisdizione del “giudice ordinario”, respingendo le eccezioni sollevate dalle difese circa la competenza del giudice amministrativo. Una pronuncia che consolida il quadro giuridico entro il quale dovrà svilupparsi la fase esecutiva del provvedimento.

Nel frattempo, gli impianti erano rimasti in fase di preriscaldo, in attesa di una possibile ripartenza. Con la decisione della Cassazione si chiude definitivamente questa prospettiva, ponendo fine a una produzione iniziata nel novembre del 1964.

Sul fronte politico, il governo ha confermato la volontà di garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva, assicurando la prosecuzione delle iniziative necessarie a ridurre i periodi di inattività degli impianti, in particolare a Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) resta inoltre aperto il tavolo di confronto sulla reindustrializzazione del sito tarantino, mentre è previsto per metà novembre il prossimo incontro del Tavolo ex Ilva.

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