Si riaccende lo scontro politico in Aula alla Camera dopo l’intervento della deputata di Alleanza Verdi e Sinistra Elisabetta Piccolotti, che ha preso la parola nel corso della discussione sul decreto contro la violenza giovanile e le baby gang. Al centro del suo intervento, una pesante polemica sulle violenze di piazza e su quella che ha definito una presunta incoerenza della maggioranza nella condanna degli episodi di devastazione durante le manifestazioni.
Nel mirino della deputata è finito Massimiliano Zossolo, fondatore della pagina Welcome to Favelas, indicato da Piccolotti come partecipante a Phoenix, l’iniziativa nazionale dei giovani di Fratelli d’Italia. La parlamentare ha ricordato una condanna a quattro anni e otto mesi legata agli scontri del 15 ottobre 2011 a Roma, citando reati di resistenza, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio.
“Ad alcuni che fanno devastazione e saccheggio voi fate gli applausi nelle vostre iniziative di partito. Complimenti”, ha dichiarato Piccolotti, puntando il dito contro quella che ha descritto come una doppia morale della maggioranza.
La replica di Zossolo non si è fatta attendere. “Io il mio conto con la legge l’ho pagato”, ha affermato, rivendicando di aver scontato la pena e sollevando una questione più ampia: quanto debba pesare una condanna già espiata nella valutazione della legittimità di una persona a partecipare al dibattito pubblico.
Nel botta e risposta social, Zossolo ha poi richiamato in causa Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, citando il procedimento giudiziario ungherese rimasto sospeso dopo la sua elezione al Parlamento europeo e il riconoscimento dell’immunità parlamentare. Una vicenda che, pur essendo giuridicamente diversa, è stata utilizzata per sollevare interrogativi sulla coerenza politica del partito.
Nello stesso scambio è stato ricordato anche il caso di Francesco Emilio Borrelli, esponente dello stesso schieramento di Piccolotti, presente a sua volta all’iniziativa Phoenix. Un dettaglio che ha contribuito ad ampliare la polemica, evidenziando la partecipazione alla manifestazione di rappresentanti di diverse sensibilità politiche.
Le due vicende restano differenti sul piano giuridico, ma il caso ha riacceso il dibattito sul rapporto tra condanne passate, funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione e permanenza nel confronto politico. Uno scontro che, partito dal decreto sulle baby gang, si è rapidamente trasformato in una nuova battaglia sulla coerenza dei partiti nella condanna della violenza e sul confine tra responsabilità individuale e diritto di cittadinanza.