Il dibattito sul prezzo dei carburanti resta al centro dell’attenzione, soprattutto dopo le iniziative di Eni e IP sul price cap, che hanno introdotto nuove dinamiche nel mercato e sollevato interrogativi su costi, margini dei gestori e impatto delle politiche governative. Roberto Di Vincenzo, presidente di Fegica, offre una lettura diretta delle recenti evoluzioni e del loro impatto sulla filiera distributiva.
Come cambiano le dinamiche del mercato carburanti dopo l'adozione del price cap da parte di Eni e IP? Si tratta di una risposta strutturale o di una misura temporanea?
«La decisione assunta da Eni e IP è la risposta che il mercato ha dato ad un mercato che non funziona, e che non funziona perché scarseggia l'offerta del prodotto. È una misura temporanea che le compagnie petrolifere hanno adottato per evitare di incorrere nel prelievo fiscale sui superprofitti, ma che ha messo in crisi il mercato del prodotto, non solo per i piccoli operatori a cui fanno riferimento i distributori "no logo", ma per le stesse grandi compagnie petrolifere che si sono viste costrette a versare il prelievo sui superprofitti nonostante il calo dei consumi del prodotto che, in Italia, si attesta intorno al 30%. Il calo dei consumi, quindi, è la misura che più di tutte ha inciso sulla crisi che ha investito le grandi compagnie petrolifere».
La riduzione dei prezzi alla pompa ha effetti diretti sui margini dei gestori e sulla sostenibilità economica della filiera distributiva?
«La diminuzione del prezzo al pubblico non può essere, però, pagata dai Gestori. In queste settimane di grande turbolenza del mercato le compagnie petrolifere hanno realizzato margini elevatissimi perché le quotazioni dei prodotti sono crollate e il prezzo alla pompa è rimasto pressoché invariato. Se oggi il prezzo alla pompa si riduce lo deve fare con una imposizione per legge che coinvolga tutta la filiera e non solo l'ultimo anello della catena, il Gestore, che è l'unico che non può determinare il prezzo del prodotto. Se ciò non accade, come sta avvenendo, si realizza un inganno per il consumatore finale perché si "sacrifica", per così dire, il Gestore per mantenere intatti i margini della filiera a monte».
In questo contesto, quali differenze emergono tra le reti di distribuzione delle grandi compagnie e quelle degli operatori indipendenti?
«Le differenze sono nette e precise. Le grandi compagnie petrolifere oggi non riescono a garantire il prodotto alle loro reti per la scarsa offerta che c'è sul mercato e quindi rinunciano a contratti di fornitura con soggetti terzi per garantire il prodotto alla loro rete di distribuzione. Gli operatori indipendenti trovano il prodotto con moltissime difficoltà e a prezzi "fuori mercato" che li costringe a chiudere gli impianti per mancanza di prodotto. I gestori della rete delle grandi compagnie, come quelli degli operatori indipendenti, sono costretti a vendere le giacenze che hanno nei serbatoi per non andare in perdita in un mercato che è in discesa, e quindi senza prodotto da vendere. In questo gioco al ribasso i Gestori sono quelli che perdono di più. Le compagnie petrolifere, una volta svuotati i serbatoi dei loro impianti, vendono il prodotto facendo pagare ai Gestori il prezzo del prodotto più le accise e l'IVA, quindi a perdere sono solo i Gestori, in questo gioco al massacro. Se il prezzo del prodotto sale, come è avvenuto per oltre un anno, le compagnie petrolifere hanno i serbatoi pieni e realizzano margini elevati».
Quanto incide realmente il prezzo del greggio sul prezzo finale alla pompa e quali sono gli altri fattori determinanti?
«Il prezzo del greggio incide poco o nulla sul prezzo alla pompa. La quotazione internazionale dei prodotti finiti rappresenta poco meno del 50% del prezzo al pubblico. Il resto è rappresentato da accise ed IVA. Il prezzo alla pompa, quindi, è determinato dall'andamento del mercato dei prodotti finiti che, come abbiamo già detto, oggi è in crisi per la scarsa offerta e per i consumi che sono in calo. La diminuzione del prezzo alla pompa non può essere pagata dai Gestori, ma deve essere pagata dai margini della filiera a monte. Le compagnie petrolifere, una volta svuotati i serbatoi dei loro impianti, vendono il prodotto facendo pagare ai Gestori il prezzo del prodotto più le accise e l'IVA, quindi a perdere sono solo i Gestori, in questo gioco al massacro».
Recentemente è tornato il dibattito sulle accise e sul loro peso nel prezzo finale: è corretto attribuirle come principale causa dell’aumento dei prezzi?
«No. La gran parte del prezzo del carburante è rappresentato da accise ed IVA, ma il prezzo alla pompa è determinato dalle quotazioni internazionali dei prodotti finiti. Quindi non si può dire che le accise sono la causa dell'aumento del prezzo dei carburanti. Chi lo fa opera una "distrazione di massa" ed è certamente in malafede. Il prezzo alla pompa è determinato dall'andamento del mercato dei prodotti finiti che, come abbiamo già detto, oggi è in crisi per la scarsa offerta e per i consumi che sono in calo. La diminuzione del prezzo alla pompa non può essere pagata dai Gestori, ma deve essere pagata dai margini della filiera a monte. Le compagnie petrolifere, una volta svuotati i serbatoi dei loro impianti, vendono il prodotto facendo pagare ai Gestori il prezzo del prodotto più le accise e l'IVA, quindi a perdere sono solo i Gestori, in questo gioco al massacro. Se il prezzo del prodotto sale, come è avvenuto per oltre un anno, le compagnie petrolifere hanno i serbatoi pieni e realizzano margini elevati».
Quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni per garantire un equilibrio tra prezzi al consumo, sostenibilità della filiera e tutela dei consumatori?
«Il ruolo delle istituzioni è quello di garantire il rispetto delle regole del mercato e la tutela dei consumatori. Fegica e Faib hanno proposto un metodo per applicare il price cap che salvaguardasse tutta la filiera. Ora è compito del Governo e del Parlamento decidere se accogliere questa proposta o adottare un altro metodo. L'importante è che non si scarichi sui Gestori il costo della riduzione del prezzo al pubblico, come sta avvenendo. Le compagnie petrolifere, una volta svuotati i serbatoi dei loro impianti, vendono il prodotto facendo pagare ai Gestori il prezzo del prodotto più le accise e l'IVA, quindi a perdere sono solo i Gestori, in questo gioco al massacro. Il ruolo delle istituzioni è quello di garantire il rispetto delle regole del mercato e la tutela dei consumatori. Fegica e Faib hanno proposto un metodo per applicare il price cap che salvaguardasse tutta la filiera, ma ora è compito del Governo e del Parlamento decidere se accogliere questa proposta o adottare un altro metodo. L'importante è che non si scarichi sui Gestori il costo della riduzione del prezzo al pubblico, come sta avvenendo».
Cosa propone Fegica per affrontare le attuali criticità e garantire un equilibrio sostenibile nella filiera dei carburanti?
«Fegica e Faib hanno proposto un metodo per applicare il price cap che salvaguardasse tutta la filiera. Ora è compito del Governo e del Parlamento decidere se accogliere questa proposta o adottare un altro metodo. L'importante è che non si scarichi sui Gestori il costo della riduzione del prezzo al pubblico, come sta avvenendo. Le compagnie petrolifere, una volta svuotati i serbatoi dei loro impianti, vendono il prodotto facendo pagare ai Gestori il prezzo del prodotto più le accise e l'IVA, quindi a perdere sono solo i Gestori, in questo gioco al massacro. Se il prezzo del prodotto sale, come è avvenuto per oltre un anno, le compagnie petrolifere hanno i serbatoi pieni e realizzano margini elevati. Il ruolo delle istituzioni è quello di garantire il rispetto delle regole del mercato e la tutela dei consumatori. Fegica e Faib hanno proposto un metodo per applicare il price cap che salvaguardasse tutta la filiera, ma ora è compito del Governo e del Parlamento decidere se accogliere questa proposta o adottare un altro metodo. L'importante è che non si scarichi sui Gestori il costo della riduzione del prezzo al pubblico, come sta avvenendo».