Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia presso l’Università di Bologna e esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva, ha pubblicato un’analisi su formiche.net il 17 ottobre 2026, in cui decostruisce l’architettura narrativa della propaganda russa contemporanea.

L’autore chiarisce subito che la propaganda russa non è un semplice catalogo di menzogne, ma un’architettura di senso. Non si limita a inventare notizie: costruisce una cornice interpretativa stabile che rende plausibili anche le falsità più evidenti. È questo quadro, più che il singolo messaggio, a orientare le percezioni dell’opinione pubblica.

Pagani sottolinea che la disinformazione non è un errore o un eccesso, ma una componente strutturale della politica estera russa. Non si tratta di convincere l’avversario della “verità” russa, ma di indurlo a prendere decisioni favorevoli a Mosca. In questo contesto, il fact-checking non basta: smentire un dettaglio non altera il quadro generale.

L’analisi individua le radici profonde della narrazione del Cremlino. Al centro c’è il concetto di “Stato-civiltà”, definito nel Concetto di politica estera del marzo 2023: la Russia non è uno Stato tra gli altri, ma un’entità unica, portatrice di valori propri e di una missione storica. Questo si collega al decreto presidenziale n. 809 del novembre 2022, che pone i “valori spirituali e morali tradizionali” al centro dell’identità nazionale e vede nell’“ideologia distruttiva” occidentale una minaccia esistenziale.

Pagani mostra come queste idee non nascano con Putin, ma affondino in tradizioni culturali secolari: lo slavofilismo ottocentesco, che opponeva la comunità spirituale slava all’individualismo europeo; l’eurasismo, che vede lo scontro tra potenza di terra (Russia) e potenza di mare (Occidente); il mito di Mosca Terza Roma, che presenta la Russia come ultimo rifugio della vera fede; e i riferimenti a pensatori come Ivan Il’in, sostenitore di uno Stato forte e redentore.

Da qui nasce il concetto di katechon: la Russia come forza che “trattiene” l’avvento del caos, difendendo il mondo dalla dissoluzione morale dell’Occidente. Non è un dettaglio teologico, ma una giustificazione politica potente: Mosca non aggredisce, ma reagisce.

In questo quadro, la narrazione del Cremlino si regge su due pilastri. Primo, la Russia è vittima, non aggressore: l’allargamento della NATO è visto come accerchiamento, la guerra come “operazione” necessaria, la fine dell’URSS come “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”. Secondo, l’avversario è demonizzato: Putin parla di “satanismo puro”, il Patriarca Kirill di “lotta metafisica”, e la “russofobia” è presentata come odio ontologico.

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