Matteo Renzi prova a spiazzare il centrosinistra. Presentando il suo ultimo libro a Milano, il leader di Italia Viva ha rilanciato con nettezza l'idea di primarie aperte per scegliere il candidato premier della futura coalizione, mettendo nero su bianco una disponibilità che nei fatti apre un nuovo fronte di pressione soprattutto nei confronti del Partito Democratico.

"Sì, se ci sono le primarie, chi le vince rappresenta tutti. Poi io faccio di tutto perché non le vinca quello che considero il più distante. Ma se le vince, governa lui. Punto", ha dichiarato Renzi, rispondendo a una domanda su una possibile vittoria di Giuseppe Conte nella competizione interna.

Parole che vanno lette dentro il contesto attuale del centrosinistra, dove la partita della candidatura a Palazzo Chigi resta tutt'altro che chiusa. Renzi non cita direttamente Elly Schlein, ma il messaggio appare evidente: la guida della coalizione, secondo Italia Viva, non può essere considerata assegnata in partenza sulla base della leadership del principale partito.

Una linea che entra in rotta di collisione con le posizioni emerse nel Pd. Il responsabile Organizzazione Igor Taruffi aveva ricordato nei giorni scorsi che lo statuto dem individua naturalmente nella segretaria anche la candidata a Palazzo Chigi, salvo diversa decisione della direzione. Una cornice che, almeno formalmente, rende meno automatica l'ipotesi di primarie di coalizione.

Renzi, però, alza la posta e allarga il ragionamento. Chiunque vinca le primarie, sostiene, dovrà essere riconosciuto da tutti. Anche da Conte. "Io penso che le primarie si fanno e chi vince, vince. Ma questo vale anche per Conte. Se vince qualcun altro, lui deve dire 'mi faccio da parte'. Questa è la serietà della democrazia, altrimenti è un gioco delle figurine".

Il leader di Italia Viva non rinuncia però a marcare le distanze politiche. Ricorda la contrapposizione con il Movimento 5 Stelle, rivendica la battaglia che portò all'elezione di Sergio Mattarella e affonda: "Noi siamo quelli che hanno portato Mattarella al Quirinale, loro Salvini al Viminale".

Il punto più delicato resta quello della politica estera. Renzi ribadisce che le differenze con Conte esistono e che il terreno dell'Ucraina non può essere considerato marginale. Sulla guerra, spiega, "chi dice 'fermatevi' e 'non diamo più armi a Kiev' sta mettendo a rischio la sicurezza dell'Europa. Non è un dettaglio, è il cuore della politica estera".

Ma la vera novità politica sta nel perimetro della proposta. Renzi non si limita più a costruire un polo autonomo dal quale sparare contro il resto dell'opposizione. Al contrario, individua proprio nella rottura del Terzo Polo il passaggio che avrebbe impedito la nascita di un'area centrale forte capace di incidere sui futuri equilibri di governo.

"Se qualcuno non avesse rotto il Terzo Polo nel modo più scriteriato possibile, oggi ci sarebbe un polo di centro capace di fare da ago della bilancia e dire 'le primarie le facciamo così'. Invece il populismo degli antipopulisti è quello di chi continua a rompere sulla base di veti personali".

Il riferimento a Carlo Calenda è implicito ma chiarissimo. È a quel punto che Renzi tenta di ribaltare la narrazione che lo vede come il principale ostacolo all'unità dell'opposizione, sostenendo di essere stato lui stesso vittima di una strategia di rottura.

Il progetto che mette sul tavolo è ambizioso: ricomporre un'area riformista e centrista capace di contare nei rapporti di forza della coalizione e lasciare agli elettori delle primarie il compito di stabilire chi debba guidarla. Con una postilla che suona quasi come un ammonimento: la leadership non deve essere considerata un diritto acquisito.

Renzi prova così a cambiare completamente il terreno della partita. Non rivendica per sé la leadership della coalizione; rivendica la possibilità che non sia assegnata d'ufficio. E accetta formalmente anche l'ipotesi più indigesta alla sua storia politica: riconoscere un eventuale successo di Conte, pur dichiarando fin d'ora di voler fare "di tutto perché non le vinca quello che considero il più distante".

Non è una capitolazione, è una scommessa politica. Perché il Renzi che si presenta a Milano non rinuncia affatto al profilo identitario di Italia Viva. Dice esplicitamente di non avere bisogno di "stare nella foto con Bonelli", ringrazia il sindaco di Milano Beppe Sala per averlo difeso dagli attacchi personali e prova a trasformare il confronto in uno scontro sulle idee.

Non sulle figurine, dice. E neppure sulle figurine da bruciare.

È il tentativo di uscire dal terreno dei veti — quello sul quale Renzi è stato spesso il primo imputato nel racconto politico — e di trasferire invece il confronto sul programma dei prossimi dieci anni. Di fronte ai temi della demografia, del lavoro, dell'energia e della politica estera, sostiene, non bastano coalizioni costruite contro qualcuno.

Resta però la sostanza politica della mossa. Renzi non rinuncia allo scontro con Conte, non dimentica le battaglie passate, non cancella la distanza sui dossier internazionali. Ma, almeno sul piano formale, accetta la sfida delle primarie e indica proprio in quella competizione il meccanismo attraverso il quale la futura coalizione dovrebbe scegliere il candidato premier.

Una posizione destinata a pesare soprattutto dentro il centrosinistra. Perché oggi il fronte appare paradossalmente ribaltato: Conte vuole le primarie, il Pd difende la candidatura di Schlein indicata dallo statuto e Renzi arriva addirittura a riconoscere il risultato di una vittoria del leader del Movimento 5 Stelle.
Con una precisazione che vale tutta la campagna.

"Poi io faccio di tutto perché non le vinca quello che considero il più distante".

Se qualcuno pensava che Renzi stesse preparando la fuga dalla partita del centrosinistra, dovrà probabilmente aggiornare la lettura. Perché questa volta il leader di Italia Viva non si colloca fuori dal campo. Entra direttamente nella gara e sposta la domanda sul tavolo degli alleati: se il problema è davvero scegliere il candidato, perché non lasciarlo fare agli elettori?

Se Conte dovesse vincere, conclude, "governa lui. Punto".

Una concessione che, conoscendo Renzi, non è affatto una resa. È l'inizio della prossima battaglia.