La discussione sull'aumento degli stipendi dei magistrati è tornata al centro del dibattito politico e legale in Italia, sollevando polemiche tra il governo e la magistratura. La vicenda riguarda un contenzioso che ha origine da un dpcm firmato da Mario Draghi nell'agosto 2021, il quale stabiliva gli aumenti per il triennio successivo.
Secondo quanto riportato da Il Foglio, lo Stato deve un miliardo di euro ai magistrati, e il governo ha recentemente approvato una legge di bilancio che modifica i criteri di calcolo per gli adeguamenti futuri, mentre il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha previsto un fondo di 970 milioni di euro per pagare arretrati e aumenti di stipendio per circa 11.000 magistrati.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la legge di bilancio, evitando uno scenario di esercizio provvisorio che avrebbe avuto conseguenze gravi per il Paese. Tuttavia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che non firmerà il decreto che autorizza la spesa, un gesto simbolico che non bloccherà l'erogazione dei fondi, poiché la legge è già stata approvata, ma che sottolinea la sua opposizione politica alla misura.
La legge di bilancio modifica i criteri di calcolo per gli adeguamenti futuri, introducendo un metodo che tiene conto anche di componenti accessorie, come la retribuzione di risultato, non solo dello stipendio base. Tuttavia, la nuova norma non sarà retroattiva, il che significa che lo Stato dovrà comunque pagare gli arretrati accumulati negli anni precedenti.
La vicenda ha sollevato polemiche anche all'interno della magistratura e del Consiglio di Stato. Il presidente del Consiglio di Stato, Luigi Maruotti, ha espresso critiche alla legge di bilancio, sottolineando che la giustizia amministrativa non si è autoassegnata le risorse, ma si è limitata ad applicare le norme vigenti.
Secondo L'Indipendente, la questione nasce dal fatto che i magistrati sono parte del personale non contrattualizzato, quindi non hanno sindacati che negoziano aumenti di stipendio. Una legge del 1981 stabilisce che ogni tre anni si stabilisce un metodo per agganciare gli adeguamenti di stipendio a quelli delle categorie contrattualizzate. Il dpcm di Draghi utilizzava criteri che includevano stipendi base e indennità di servizio, applicando un metodo di media ponderata seguendo le linee indicate dall'ISTAT, ma i magistrati hanno presentato ricorso contro di esso.