La diplomazia torna a muoversi sul dossier Ucraina. Il 9 ottobre a Miami, una delegazione ucraina di massimo livello si è incontrata con i negoziatori statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner per discutere una nuova proposta congiunta per porre fine al conflitto. Secondo quanto riportato da NBC News, al tavolo erano presenti il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il capo dell’intelligence esterna Rustem Umerov, il capogruppo di Servitore del Popolo David Arakhamia e il primo vice capo dell’ufficio presidenziale Serhiy Kyslytsya, accompagnati da una delegazione dell’Unione Europea.

Al centro dell’incontro, una proposta che, secondo le anticipazioni, sarebbe stata elaborata durante i precedenti incontri dei negoziatori statunitensi con i presidenti Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. La delegazione ucraina avrebbe discusso il testo in una sessione allargata alla presenza dei consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania, di rappresentanti di NATO e UE e di esponenti del Comando europeo statunitense, del Consiglio per la sicurezza nazionale e del Tesoro americano. Tra gli argomenti in agenda, anche un piano di ricostruzione e prosperità postbellica.

La notizia, confermata da NBC News, riporta al centro del dibattito internazionale il ruolo degli Stati Uniti come attori di mediazione e il coinvolgimento diretto dell’Unione Europea nei negoziati. Per inquadrare il significato politico dell’incontro, OffPol ha intervistato Federico Niglia, professore associato di Storia delle relazioni internazionali presso la LUISS Guido Carli, esperto di diplomazia e sicurezza internazionale.

Professor Niglia, dal suo punto di vista, qual è il vero significato politico dell’incontro di Miami tra la delegazione ucraina e i negoziatori statunitensi?

“Questo è uno dei molti incontri che si vanno susseguendo, per cui sulla carta non ci sarebbe nulla di nuovo, però si tratta di un format diplomatico particolarmente interessante. Perché? Perché vede una forte presenza americana, con un modello di negoziato che è tipico della diplomazia americana: creare dei canali riservati e anche una persona un po’ esterna, comunque non un diplomatico di carriera, ma un negoziatore che ha le spalle coperte dalla Casa Bianca, in questo caso Kushner. Questo è un modello che vediamo spesso nella diplomazia americana, che è molto pragmatica e molto orientata al risultato. Quindi da questo punto di vista non sorprende che siano gli americani a spingere. Ci sono due elementi però di novità che vanno segnalati. Il primo è che gli ucraini, in questo negoziato, vedono un modello di negoziato che è ancora legato al modello diplomatico classico, cioè alla fine la grande tessitura viene affidata al negoziatore americano, ma è molto rilevante il fatto che gli ucraini confidano molto nella presenza degli europei, anche per evitare compromessi troppo a ribasso. In questo senso il ruolo della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è stato molto chiaro nel delineare un accordo potenziale per ora assolutamente in mente dei, che possa però tenere in piena considerazione gli interessi ucraini e non concedere a svendite troppo rilevanti sugli interessi degli europei. Quindi da questo punto di vista si muove qualcosa perché il negoziato è in corso, ma non ci sono elementi di novità, se non questo forte legame tra negoziatore americano e presenza europea a tutela di Kiev.”

Nel contesto di questo processo negoziale, quanto è importante il fatto che la proposta venga discussa in sessione allargata con Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia?

“È importante, ma non è una novità. Perché il negoziato, quello vero, quello che si fa tra le delegazioni, si fa sempre a porte chiuse, quindi si fa tra due o tre persone. Dopodiché i risultati di questo negoziato devono essere condivisi con gli alleati, che in questo caso sono gli europei. Quindi è chiaro che il negoziatore americano fa un lavoro insieme agli ucraini e poi lo condivide con gli europei. Questo da un lato, ma dall’altro lato non deve farci dimenticare che alla fine il negoziato vero si fa tra americani e russi, perché è evidente che gli ucraini non hanno una vera e propria autonomia negoziale, perché sono legati agli aiuti americani. E in più gli americani parlano con i russi. Quindi è un negoziato multilivello. Sugli alleati europei c’è un elemento da sottolineare: gli europei sono presenti perché devono garantire prima di tutto gli ucraini rispetto ad accordi che potrebbero non essere favorevoli. Quindi non si può fare un accordo sopra la testa né degli ucraini né degli europei, che poi sono quelli che pagheranno la ricostruzione. Quindi è un elemento importante, ma la diplomazia multilivello è sempre stata così: negoziato a porte chiuse e poi condivisione con gli alleati.”

Un altro aspetto interessante è il collegamento tra un eventuale accordo e un allentamento del regime sanzionatorio. Che significato assume questo elemento nel quadro complessivo?

“Questo è un elemento particolarmente rilevante, perché significa che iniziano a porsi sul tavolo elementi più concreti per un negoziato, cioè che cosa dare in cambio di che cosa. Gli americani, da questo punto di vista, hanno una carta da giocare importante, perché il regime sanzionatorio americano è molto più serrato di quello europeo. Gli europei hanno già allentato un po’ le sanzioni, gli americani molto meno. Quindi gli americani hanno una carta da giocare sul tavolo per dire ai russi: ‘Noi siamo disposti a ridurre le sanzioni, a condizione che voi facciate concessioni sul campo’. In questo senso, questo è un elemento centrale, ma non è una novità. È così dalla prima guerra mondiale in poi: le sanzioni si usano come una leva negoziale per ottenere risultati sul campo. Quindi è un elemento che ci porta a pensare che il negoziato sta entrando in una fase concreta, ma il regime sanzionatorio è una carta che gli americani stanno giocando da tempo.”

Guardando avanti, quali sono secondo lei i prossimi passaggi chiave da monitorare nel processo negoziale tra Stati Uniti, Ucraina e Russia?

“Il punto vero che sarà da monitorare è quello legato al tema energetico. Cioè, in questo momento, il vero acceleratore del negoziato rischia di essere il fatto che tra tre mesi ci sarà l’inverno. L’inverno significa consumi energetici, difficoltà di approvvigionamento e quindi anche una pressione sull’opinione pubblica europea. Gli europei, in questo momento, vedono sempre più l’energia come fattore critico e come acceleratore del negoziato diplomatico. Questo è il primo vero elemento. Il secondo elemento è che, da un punto di vista militare, i russi hanno ancora una capacità di condizionare il campo di battaglia. È stata elaborata dalla Jamestown Foundation una matrice dell’andamento del campo di battaglia legata al tema energetico in cui si vede chiaramente come il calcolo militare è ancora un elemento forte legato alla pressione energetica. Quindi i veri elementi sono: i consumi energetici e il calcolo militare legato al tema energetico. Questi sono i due punti che in questo momento accelerano il negoziato. Perché gli europei vogliono evitare una crisi energetica in inverno e gli americani vogliono chiudere il dossier. Quindi energia e calcolo militare legato all’energia sono i due elementi che accelerano il negoziato.”

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